Archivio mensile:gennaio 2004

Il caro vecchio trucco

Ieri il giudice Hutton ha deciso che no non è vero che il capo del governo del Regno Unito ha manipolato maldestramente documenti in suo possesso per avvalorare la tesi della guerra preventiva: le decisioni che ha preso sono state conseguenza di un rapporto la cui veridicità era fuori dal suo controllo.
Se dal punto di vista giuridico non non c’è nulla da eccepire, mi permetto di fare una nota sul fatto che come accade sempre piu’ spesso, per nascondere una magagna è sufficiente creare una magagna ancora piu’ grossa e gonfiarla a dovere.

Tanto per non dimenticare: i motivi addotti per una attacco preventivo ad un paese che non aveva mosso guerra si sono rivelati infondati: è stata mossa guerra ad un paese che non rappresentava un pericolo immediato nei nostri confronti.

Detta cosi’ la notizia sembra abbastanza sconvolgente, ma sui nostri media viene annacquata tra inutili commenti sul lifting del Nano e rivelazioni sugli intrighi nella casa del Grande Fratello. Passa in secondo piano (che vuol dire: se ne parla una sera e poi si torna ad Amici di Maria) persino il fatto che il vicedirettore del telegiornale della prima rete pubblica italiana abbia rassegnato le dimissioni lamentando ingerenze che inquinano il modo di presentare le notizie politiche, e che nel fare questo sia stata sostenuta da una lettera di solidarietà firmata da 30 redattori della testata.

Sia nel caso di faida interna alla redazione, sia in quello ben più grave di prove generali di censura, in un paese con un livello decente di coscienza politica una notizia del genere avrebbe scosso qualche animo. Qui da noi ha spinto qualcuno in bagno prima dell’inizio della partita.

Come si puo’ spiegare un disinteresse simile? Sinceramente non lo so, ma sospetto che abbia a che vedere con l’appiattimento generale del livello culturale verso il basso. Non credo sia un caso il risultato di questa ricerca: 22 milioni e mezzo di italiani sanno a malapena leggere, scrivere e far di conto.

Cristina

Si presenta in un assurdo impermeabile bianco con un’improbabile collettone ellissoidale. Sale sul palco a cantare, e canta per te. Sale sul palco a suonare, e guarda te. Ti prende per mano, ti racconta delle storie, alla fine ti ringrazia perche’ l’hai ascoltata. La voce al tempo stesso lieve e profonda, delicato strumento di fascino. Scherza, con il pubblico, sempre in bilico tra la voglia di coinvolgere e una strana timidezza.

Ricordo la prima volta che ero andato a sentire un suo concerto. Era l’epoca di Lustando, festival musical-culturale durato qualche anno che aveva portato a Lu Monferrato una serie di gruppi più o meno noti con un grosso carrozzone musicale. Quella sera ero passato da Lu conoscendo solo di nome i tre artisti in scaletta. La Donà è salita sul palco con un lungo vestito azzurro e la chitarra in mano e ha iniziato, proprio come ieri sera, a prendere per mano il pubblico (in realtà stava suonando per me) con le canzoni del primo disco.
Tregua, Ho sempre me, Raso e chiome bionde. In “Labirinto” ha accompagnato la strofa con un bastone della pioggia: lo strumento giusto al punto giusto, ho pensato.
Poi mi ha guardato, mi ha cantato Stelle Buone e io non ho capito più nulla.

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Nel microcosmo che condivide con me il numero civico non c’è posto per persone troppo normali.
Sul ciacun pianerottolo del condominio si affacciano due appartamenti. Io condivido il piano con una donna sulla cinquan-sessan-settantina, sguardo allucinato che spesso, verso le 7 del mattino, lancia, urlando, minacce di morte a un ipotetica coinquilina o a probabili parenti lontani. Chiaramente in casa non c’e’ nessun’altro se non lei.
Una delle prime volte che non l’ho incontrata stava uscendo dalla porta che ha fatto in tempo a richiudere quando mi ha sentito aprre la mia. Al giro successivo, qualche giorno dopo, ho aspettato di sentirla armeggiare con le chiavi prima di aprire e prodigarmi in un cordialissimo “Buongiorno !”. La pazza si è girata, mi ha guardato, non mi ha risposto, ha rimesso le chiavi in borsa ed è scesa con passo affrettato.

Ogni tanto la mattina, uscendo sulle scale, resto inchiodato sull’uscio da un tanfo di sigaretta marcia: è l’inquilina del quarto piano che si accende sempre la prima della giornata lungo le scale e fuma qualcosa che è ancora peggio delle Diana Rosse.

Sotto di me c’e’ il vecchio del primo piano, cieco come una talpa, che viene portato a spasso dal minuscolo cane. Sempre gentilissimo sulle scale, ma non sai mai se sta parlando con te o con la piglia alle tue spalle. “Buongiorno”. Si volta, cerca di intuire l’ombra. “Buongiorno” risponde nella mia direzione. E il cane se lo porta fuori.

Nel cortile dietro al palazzo stanno una manciata di box con saracinesca affittati a caro prezzo dai proprietari. L’intero isolato sul quale si affaccia il balcone della cucina che da su retro, assomiglia ad un grosso puzzle lasciato incompiuto con questi cubi prefabbbricati piazzati a coprire il terreno. Dei cinque parallelepipedi saracinescati che appartengono al mio palazzo, uno è usato da un vecchietto che vende fiori in via Chiesa della Salute. Il fioraio parcheggia lì il suo carretto, che ogni mattina di mercato si porta fino in piazza.
Se ho la fortuna di uscire quando lui appoggia il carretto nell’androne per aprire e chiudere il portone me ne accorgo appena sono fuori dalla porta perchè i fiori, parcheggiati temporaneamente tra le mattonelle vecchie e l’intonaco un po’scrostato, fanno in tempo a profumare la tromba delle scale mentre lui armeggia con il chiavistello.

P.S.
Quasi dimenticavo di farvi gli auguri di buon anno. Che vergogna. Quattro lettori e non li tratto neanche bene: auguri ragazzi. In uno slancio di follia vi auguro che il 2004 possa esaudire i vostri desideri, perciò state molto attenti a quel che desiderate: potrebbe avverarsi. Appena metto online le foto vi parlo anche del capodanno.